ALICE MARINI - Un fenomeno sistemico, che penetra nei territori, inquina la terra, condanna le persone. Questo è il caporalato. Una piaga sociale che oggi non è solo lavoro nero e violenza, ma si annida dietro un'apparente legalità. E' dall'ultimo bilancio dell'Ispettorato del Lavoro che emergono i dati più allarmanti: su 67 ispezioni effettuate nelle Langhe e nel Roero nel corso del 2026, sono state riscontrate irregolarità in quasi l'80% dei casi. Gli accertamenti hanno individuato 31 lavoratori in nero, di cui 9 privi di permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Sul fronte della salute e della sicurezza sono state inoltre contestate 100 violazioni.
Nella terra dei grandi vini, questi fatti devono far riflettere e portare a soluzioni concrete e condivise. Si tratta di lavoratori che contribuiscono alla ricchezza di uno dei comparti trainanti dell'economia cuneese. Secondo il dossier L'altra vendemmia della Caritas diocesana di Alba, nel 2026 sono stati oltre 6mila i lavoratori impiegati nella raccolta delle uve, circa 3mila dei quali stagionali.
La dignità del lavoro è stata al centro delle parole del vescovo di Alba, Marco Brunetti, intervenuto a margine del corteo che sabato 24 ottobre ha portato un migliaio di persone nelle strade di Alba, nel pieno della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco. "A chi nega il salario giusto ricordo le parole di Papa Francesco: non otteniamo la dignità dal potere o dal denaro, dalla cultura. Otteniamo la dignità dal lavoro. Rubare un lavoro dignitoso significa rubare dignità". "Dobbiamo intervenire tutti insieme, non solo nella fase emergenziale, ma con progetti che coinvolgano tutte le parti in causa per politiche sociali strutturali e durature per tutte le stagioni e non solo per l'inverno". "Per questo – ha proseguito – invito tutti i lavoratori delle vigne a non perdere la speranza e a unirsi in solidarietà. Alzate la voce, pretendete contratti regolari, contributi, giorni di riposo. Non siete soli. I sindacati, la Chiesa, la società civile sono con voi".
"Un nodo fondamentale - ha detto un lavoratore originario della Costa d'Avorio - riguarda la condizione amministrativa dei lavoratori stranieri. Ritardi nei rinnovi dei permessi di soggiorno e procedure inefficaci possono alimentare paura e ricattabilità. Servono quindi percorsi amministrativi più rapidi, canali di ingresso regolari e trasparenti e strumenti efficaci per favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro".
"Dobbiamo inoltre affrontare concretamente i problemi degli alloggi e dei trasporti, costruendo reti territoriali e coinvolgendo comuni, istituzioni, sindacati, imprese ed enti del terzo settore. Chiediamo controlli efficaci, maggiore prevenzione, formazione accessibile a tutti, tutela per chi denuncia lo sfruttamento e una collaborazione più forte tra tutti i soggetti coinvolti".
Una responsabilità che chiama direttamente in causa anche il mondo produttivo. A sottolinearlo è stato Matteo Ascheri, imprenditore vitivinicolo ed ex presidente del Consorzio del Barolo, che ha ricordato: "Quando sono stato presidente del Consorzio, il primo obiettivo era quello di parlare di queste cose e vi assicuro che non è stato facile, perché le prime volte in cui ne ho parlato le reazioni sono state: 'Non si possono dire queste cose, vuol dire fare cattiva pubblicità, vuol dire gettare fango su un sistema virtuoso. Non esiste questo problema'. Poi, quando le inchieste della magistratura sono arrivate, invece di affrontare il problema si è minimizzato: 'Poche mele marce'. Non è così. I numeri ci dicono altro. È una situazione abbastanza sistemica da questo punto di vista, quindi dobbiamo renderci conto che dobbiamo intervenire".
"Le istituzioni possono fare tanto, le associazioni possono fare tanto, ma anche le aziende possono e devono fare la loro parte - ha proseguito Ascheri -. Oggi il 50% del lavoro in agricoltura è intermediato dalle cooperative, un problema su cui bisogna intervenire. Se il sistema non si autoriforma, è necessario che qualcosa accada. Quando ero presidente avevo proposto di vietare l'utilizzo del marchio collettivo e del nome del vino alle aziende che si macchiano di queste pratiche. I controlli sono fatti da poche persone, quindi bisogna creare una deterrenza interna. Perché finora l'evoluzione è stata abbastanza semplice: prima negare il problema, poi minimizzarlo e infine dare risposte di carta: protocolli, vademecum, bollini verdi".
"Perché allora non unire le forze e creare una fondazione capace di convogliare risorse a sostegno di queste persone, così come è avvenuto per la nascita dell'ospedale di Verduno?". È la proposta provocatoria dell'ex consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Ivano Martinetti, albese, anche lui presente al corteo. "L'appello è rivolto ai viticoltori più illuminati e lungimiranti, affinché si facciano promotori di un progetto comune".
Alice Marini








