CUNEO CRONACA - Sulle ceneri di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti – i due italiani finiti sulla sedia elettrica negli Stati Uniti la notte del 23 agosto 1927 perché accusati di una rapina e di un duplice omicidio da loro non commessi – si è da sempre fantasticato, il più delle volte a sproposito, narrando su di esse le storie più incredibili relative alla loro conservazione, al loro rientro in Italia, alle loro incerte e svariate mescolanze, trasformandole in oggetto di culto e di curiosità anche morbosa.
La fantasia ha giocato sovente brutti scherzi ed ha modificato a comando il corretto svilupparsi degli avvenimenti, così come le scelte militanti, fatte oggetto di indirizzi sovente dettati dal desiderio politico e sociale di interpretare i fatti, hanno trasformato percorsi noti e conosciuti in avventurose e fantasiose successioni di banalità incredibili.
La storia delle ceneri dei due italiani – che viene rigorosamente ricostruita nelle pagine del libro di Luigi Botta dal titolo «Senza pace le ceneri di Nick e Bart», utilizzando documentazione certa, inedita e probante – è invece, nel travaglio legato alla drammatica vicenda dei due sventurati emigranti, abbastanza chiara e lineare, segnata addirittura dalla presenza di documenti ufficiali e notarili.
Dopo l’esecuzione ed il tentativo da parte del Comitato di difesa di trasferire i cadaveri in numerose piazze statunitensi, la cremazione del 29 agosto 1927 genera sin da subito un’avventurosa iniziale presa di posizione da parte dell’impresario funebre che si è occupato del funerale (deposita le urne prima nella cassaforte della sua impresa e poi in un caveau di banca, in attesa che chi di dovere provveda a saldare il conto della costosa cerimonia funebre).
Le due urne, subito dopo – per una questione squisitamente pratica –, vengono divise: due vasi sono destinati all’Italia ed alle famiglie di Nicola e Bartolomeo, e altri due rimangono invece a Boston, in attesa della costruzione di un monumento funebre, del quale si parla già all’indomani dell’esecuzione, che è destinato ad ospitarle. Questa è la situazione, così come si presenta alla vigilia del rientro in nave di Luigina Vanzetti, la quale ha in precedenza convintamente e con tutta la sua forza sostenuto – senza risultato – il desiderio di papà Giovanni Battista di veder tornare in Italia la salma dello sfortunato figliolo.
Poche ore prima di metter piede sul battello che da New York la condurrà a Cherbourg, la donna, insieme ad un componente del Comitato, codifica di fronte ad un notaio la situazione che riguarda i resti del fratello: un’urna, con la metà delle ceneri, viaggerà con lei; l’altra, con altrettante ceneri, sarà data in custodia al segretario del Comitato, Aldino Felicani, il quale si impegna, in tempi molto brevi, di dare ad essa sepoltura nell’apposito cenotaffio da realizzarsi in Boston. Luigina farà arrivare la metà dei resti del fratello a Villafalletto e metà di quelli di Nicola a Torremaggiore.
Le altre due metà, in attesa che si realizzi il mausoleo, sono prese in carico da Rosa Sacco e custodite presso la sua abitazione. I tempi, che dovevano essere brevissimi, diventeranno invece lunghi. I resti di Nicola rimarranno presso la vedova sino alla fine dei suoi giorni e di essi si perderà, alla fine, ogni traccia.
Quelli di Bartolomeo, invece, dopo tre anni, in attesa di essere portati in Italia (ormai non si parla più di monumento funebre e pertanto si ritiene opportuno unificare l’urna statunitense con quella custodita a Villafalletto), saranno ospitati a casa di Alfonsina Brini, che – con alterne vicende, compreso un furto – li conserverà per ben trentasei anni, sino a quando non verranno ritirati da Aldino Felicani per essere destinati alla sua tipografia di Boston, dove rimarranno sino al 1979, anno nel quale, insieme a tutto l’archivio del Comitato di difesa, saranno donati alla Boston Public Library, dove si trovano tuttora.
Chi ha dimestichezza sul caso sa che, a fronte di questo percorso lineare, la fantasia degenerativa di chi ha poi raccontato la vicenda ha fatto mescolare le ceneri, ha moltiplicato sino in numero di otto le urne che le contenevano, le ha fatte portare in Italia da persone diverse, addirittura nascoste in affusti di cannone, le ha fatte depositare, a piacimento, vuoi a Villafalletto che a Torremaggiore. Ha inventato di tutto, riuscendo addirittura a destinarne una porzione segreta al Comitato di Parigi, che l’avrebbe esposta in centro città. Luigi Botta racconta tutto – appellandosi a documenti inediti e probanti – mettendo a confronto la storia, le fantasie e la realtà.
L’attualità del libro riguarda anche la recente richiesta da parte del nipote di Bartolomeo, Giovanni Vanzetti, della metà delle ceneri dello zio ancora a Boston da ricongiungersi con la metà che si conserva presso il camposanto di Villafalletto. La pratica, che Luigi Botta perora nei confronti degli Stati Uniti e della Library di Boston avvalendosi della fondamentale collaborazione dell’Ambasciata di Washington e del Consolato di Boston, è ad un buon punto: esiste la seria volontà da parte di tutti di dare una definitiva collocazione a quei resti che a distanza orma di quasi un secolo non hanno ancora trovato la loro giusta pace.
Luigi Botta, «Senza pace le ceneri di Nick e Bart», Edizioni Zero in condotta, Milano, 2024, pg. 174, euro 12.
Luigi Botta, insegnante, comincia ad occuparsi di storia nel 1972 scrivendo del caso Sacco e Vanzetti, sul quale sei anni più tardi pubblica il suo primo libro, con la prefazione di Pietro Nenni. Da allora continua ad approfondire l’argomento e a pubblicare libri e saggi. Giornalista e ricercatore, dà alle stampe alcune decine di volumi, collabora con quotidiani e periodici e dirige alcune riviste di carattere culturale ed ambientalista. Alcuni suoi lavori vengono tradotti. Da più lustri si occupa esclusivamente del caso dei due italiani (ha già pubblicato sette volumi ed altri sono in arrivo, oltre ad articoli e saggi su riviste di mezzo mondo) mettendo a frutto ricerche ed indagini che lo hanno impegnato praticamente tutta la vita.








