ALDO A. MOLA - Di veramente stupendo il Cuneese ha l'arco alpino, che non è opera degli uomini, e i vigneti delle Langhe, frutto di lunga meritoria fatica. Però la “Granda” non è affatto un’isola felice lontana dai “mali del mondo”, quale venne narrata. Vi è immersa. E mostra di non avere gli anticorpi per difendersene: una filosofia condivisa, una politica, un Progetto.

 

È stato il presidente della Provincia e sindaco di Cuneo, Federico Borgna, a fotografarne la catastrofe subito dopo il crollo del viadotto della Savona-Torino (“autostrada” soprattutto per il salato pedaggio). Ha deplorato l'isolamento del Cuneese. Ma era così da decenni. Perciò il suo “grido” è rimasto “vox clamantis in deserto”. Il Cuneese era, è e – verosimilmente – rimarrà una landa sempre più penalizzata dalla povertà di infrastrutture. I collegamenti ferroviari e stradali con la Francia, la Liguria, Asti e Torino sono del tutto inadeguati rispetto all'utenza e alla potenzialità, con ripercussioni negative su produzione, mercato e lavoro. Decenni di costosissime progettazioni hanno partorito la proliferazione di “società“ variamente “partecipate” da enti pubblici e banche, “uffici”, “convegni”, litanie... senza esiti concreti: Tenda bis, Cuneo-Asti, adeguamento della romantica Cuneo-Nizza e via elencando. Nel frattempo la viabilità ordinaria, tracciata all'alba della motorizzazione e rabberciata alla bell'e meglio, è in rapido degrado, con rischi crescenti per gli utenti.

 

Gli indici sulla “qualità della vita” pubblicati dal “Sole 24 Ore” il 16 dicembre ritraggono realtà e prospettive del Cuneese. Esso ha guadagnato 7 posizioni, salendo al 21° posto su 107 province, mentre Alessandria è precipitata all'82°, perdendo 21 piazze. Ma quella graduatoria significa poco, quando si constati che al 18° posto vi figura Roma, una tra le aree più disastrate d'Italia. Per affari e lavoro il Cuneese è diciassettesimo, subito dopo Reggio nell'Emilia, e prima di Monza-Brianza; per ricchezza e consumi è ventinovesimo. Terra di lavoratori, registra un modesto tasso di disoccupazione/inattività e un elevato numero di imprese (poche in fallimento rispetto alla media regionale e nazionale).

 

Ma i suoi problemi sono di prospettiva. A preoccupare sono la qualità dei servizi e la fruizione di cultura e tempo libero organizzato (ristorazione, aree per pratiche sportive, biblioteche, sale cinematografiche...): la “cultura”, insomma. In questo campo la “Granda” precipita all'86° posto su scala nazionale, tre posizioni dopo Taranto. È preceduta da tutte le altre province piemontesi (del resto anche la blasonata Torino è due posizioni dopo Imperia). Il Cuneese, infine, è nettamente ai margini dell'“autostrada del futuro”: la “banda larga” e quella ultrarapida, con pesantissime ripercussioni su tutto il sistema produttivo, da imprese industriali ad agricoltura, artigianato e commercio (come ammonisce il suo benemerito stratega, Ferruccio Dardanello) sino ai piccoli esercizi, dal turismo alla vita quotidiana, rallentata e penalizzata.

 

Landa propizia alla contemplazione, il Cuneese rischia di fermarsi ai margini dell'Europa ventura, costretta a rincorrere le grandi potenze politico-militari-economiche e i passi da gigante di Paesi un tempo arretrati, che però hanno saputo investire in infrastrutture. Valga il caso della Spagna, ove dal 2020 le autostrade saranno gratuite, a tutto vantaggio dell'esportazione su gomma di prodotti sempre più competitivi rispetto ai nostrani.

 

La decrescita può essere una scelta della dirigenza, a patto che i cittadini condividano una “politica” destinata a ripercuotersi per generazioni e siano consci che essa alimenta rinuncia, scetticismo, clientelismo, abulia e la corruzione delle menti.

 

Un tempo il Cuneese primeggiò per creatività culturale, madre della società civile. L'eclissi di rappresentatività dell'Ente Provincia, anticamente suo vanto, non incoraggia a sperare in un 2020 bellissimo. Occorre dunque riflettere sul “lungo periodo”: dopo il crepuscolo arriva la notte.

 

Incerti sulle prospettive, i cittadini si arroccano; spesso si sentono “all'estero”. Perciò molti migrano senza rimpianti. Il mito del Cuneese “isola felice” è risucchiato nel vortice della risorgente gara tra i suoi antichi e reciprocamente ostili “quattro cantoni”. Divisa in due, però, la “Granda” non risulta solo più piccola e più debole: si frantuma e si arresta. Ma nei tempi correnti fermarsi vuol dire perdersi. E la “Storia” non passa due volte.

 

Aldo A. Mola