GIOVANNI GALGANI - I primi di marzo il Piemonte era al quinto posto tra le regioni più colpite, dopo pochi giorni è stato applicato il lockdown in tutta Italia. Avevamo quindi almeno due settimane di "vantaggio" rispetto alle altre regioni del nord che purtroppo già lottavano contro il virus. Ora rischiamo a breve di superare per contagi l'Emilia Romagna e diventare la seconda regione più colpita.

Tutti dobbiamo quindi porci le domande, preoccupanti e legittime: cosa non ha funzionato in Piemonte? Perché non siamo stati in grado di valorizzare il più possibile quelle due settimane, facendo tesoro di quello che accadeva in Lombardia, per tentare di limitare la diffusione del virus?

Perché le case di riposo sono diventate enormi focolai di infezione? Perché giornalisti come Travaglio chiedono addirittura il commissariamento della Lombardia e del Piemonte motivandolo con le decisioni prese da queste regioni sulle case di riposo? Perché in Veneto fanno 20.000 tamponi al giorno da settimane e in Piemonte decisamente molti di meno?

Qualcuno dirà, a ragione, che non è il momento di porci delle domande, ma di rimboccarci le maniche tutti quanti, nessuno escluso, per tentare di arginare il dilagare del virus.

Giustissimo. E' la prima cosa da fare. Verrà il tempo per i chiarimenti e l'individuazione delle responsabilità.

Tuttavia sono molti i piemontesi sconfortati per la situazione dei loro cari o financo raccolti nel dolore del lutto per la loro morte solitaria.

Quando nella risposta che giunge dalla Regione ci si limita ad osservare che i dati attuali derivano dalle due settimane di ritardo nella diffusione rispetto alle altre regioni e che semplicemente la Regione non era in grado di fare i tamponi allora ci si chiede: il lockdown è attivo da oltre un mese in tutte le regioni, perché in Emilia la curva scende? Possibile sia solo una questione di tempo di diffusione?

E, visto che siamo pur sempre una nazione, perchè il ministero della Salute non è intervenuto per coordinare i laboratori in grado di fare i tamponi consentendo al Veneto di effettuare tamponi anche per il Piemonte che non riusciva ad effettuarli? Invece ognuno si è calato nelle vesti di "Cicero pro domo sua". Vero è che quando si è trattato di accogliere pazienti in terapia intensiva di altre regioni il Piemonte giustamente ha aperto le braccia e la nostra sanità deve andarne orgogliosa. E' chiaro pertanto che si tratterà di comprendere se ciò sia avvenuto per carenza di coordinamento nazionale o per eccesso di autonomia regionale nel settore della Sanità.

Tuttavia ora l'unica soluzione che resta per cercare di evitare ulteriori gravi conseguenze come quelle già purtroppo avvenute in Lombardia, appare il prolungamento del confinamento in Piemonte oltre il 4 maggio, che provocherebbe purtroppo conseguenze per l'economia più che nelle altre regioni che potranno invece gradualmente riaprire le attività economiche. Prolungamento che nonostante questo e giunti a questo punto, sembra del tutto inevitabile e che si chiede a gran voce alle Istituzioni regionali e nazionali. Lo dobbiamo in primis a chi lotta negli ospedali, e poi a tutti noi.

Avv. Giovanni Galgani