FIORELLA AVALLE NEMOLIS - E' un mite pomeriggio d'ottobre generoso di sole: voglia di Langa. "Lulu, hai impegni?", chiedo alla mia amica con tono mascherato da voce gentile, che sottintende: “Se ne hai, disdicili!”. "Perchè?” - mi risponde - è la solita smania di gita in Langa?" - "Sì!" - tono supplichevole - sento la casa che mi comprime la testa, urge scaraventarmi fuori". "Ho capito, ho appena finito in cucina. Mi dai il tempo di sfilarmi il grembiule e di darmi una raspata in testa?". "Certo, fai con calma, ma sbrigati!".

Esco, mi tiro dietro la porta, un lungo respiro, controllo il tetto di casa: è ancora intatto, nessuna tegola per terra. Ho scongiurato una sciagura. Non resisto, mi incammino già e rotolo giù dalla discesa della mia strada e la aspetto all'angolo della statale. Lei arriva, accosta e mi apre lo sportello: "Ciao Nemolis, si va a fare una 'ggita'?” E' la "g" pronunciata alla toscana. "Direzione Langa, dove ci porta il vento?". "Certo, fai tu la tour leader professionista, mi raccomando navigazione da gran turismo, da collina a collina".

E noi, chiacchierone, caciarone, spirito di bimbe, quello di tanto tempo fa, non si parla durante la navigazione tra le onde verde clorofilla di collina. "Nemolis, guarda quella combriccola di alberi sulla punta della collina, come se la contano. Ma guarda!”. "E tu guarda la strada, almeno un pochino!”. Assurdo descrivere ciò che vedo, toglierei del bello. Le vigne sono ancora verdi, i grappoloni con acini tondi e rossastri penzolano pesanti di nettare. Hmm, il paesaggio cambia, ci sono onde verdi più basse e piatte, mentre altre sono più alte, con dolci curve. Si naviga bene.

"Nemolis, adesso ti porto a vedere l'albero più bello della Langa". Una piccola sosta a Monforte, in piazza, stentiamo a trovare parcheggio, il paese pare in festa. Gente che va, gente che viene. Che strano dialetto sentiamo camminando, ah, ma sono lingue straniere, tedesco, inglese, francese, ostrogoto...Entriamo in un locale, bar, vineria, osteria, Luisa, ironica: "Parlate italiano?". "Sì, ce la caviamo, dite pure” rilancia la signora al banco che sta al gioco.

Addentiamo due fette di crostata di mirtilli sfornate da poco. “In questa c'è anche del papavero” - ci arriva di spalle il padrone del locale - “Tranquille, non nuoce alla salute” e si infila nella saletta da pranzo attigua dove non c'è un briciolo di muro in vista, è un rivestimento tutto di bottiglie di vino. Consumiamo e tornamo a navigare crociera gran turismo, alla ricerca del fantastico cedro del Libano del Piemonte.

Luisa, capitano di lungo corso, segue la rotta che ci conduce alla meraviglia: eccolo il cedro del Libano (Cedrus libani) sulla punta del colle Monfalletto, in frazione Annunziata di La Morra. Sorveglia attento i filari di nebbiolo, futuro nettare rosso pregiato, sua maestà il Barolo. Domina, sempreverde, e con i suoi grandi rami orizzontali pare una dea Kali, la divinità femminile, nel suo aspetto postivo materno, che protegge e accoglie, con le sue tante braccia.

Il grandioso, contrasta e resiste ai venti, si merita la vista sui colli: un ricamo di vitigni ben disposti, tutti in fila, solcati ogni tanto da stradine bianche scoscese, consueto accesso per i viticoltori. "La storia racconta – mi spiega la mia guida turistica compagna di gite – che nel 1856 Costanzo Falletti di Rodello ed Eulalia Della Chiesa di Cervignasco, celebrano le loro nozze e piantano il cedro, oggi simbolo della tenuta, auspicando la stessa intensità del loro amore ai futuri discendenti".

E fu così che iniziò la tradizione di piantare un albero, come augurio di prosperità e lunga vita, per celebrare matrimoni o nascite. Consuetudine, tra l'altro, sancita anche dalla legge 10/2013, con l'obbligo di piantare un albero per ogni bimbo che nasce. Auspicabile ed urgente pratica più che mai utile per la salute del nostro Pianeta.

Fiorella Avalle Nemolis