CUNEO CRONACA - Rieccoci in questo appuntamento che si sta rivelando praticamente un compagno di viaggio. Abbiamo zizzagato su vari argomenti e vicissitudini, ci siamo emozionati e forse anche commossi, riemersi da mari in tempesta, subbugli nel cuore, indagini poliziesche e mondi distopici. In questa nuova storia ci possiamo riallacciare al nostro secondo appuntamento in merito a "Raggi. Diario di Luce" di Paola Bovero, perché preparatevi: attraverso le parole dell’autrice alessandrina Michela Scaltritti, professoressa cuneese, comprenderete che la determinazione può aiutarvi a vedere la luce in fondo al tunnel, inondando non solo voi stessi ma tutto l’agglomerato che vi circonda.
Dall’introduzione del libro (pag. 5): “La vita è un teatro, gli attori sono le situazioni che ci capitano. Il regista siamo noi. Si può pensare di cambiare le situazioni? Quelle che dipendono da noi sì: se ci caliamo nel ruolo del regista, disporremo certe situazioni in base a ciò che per noi in quel momento è il meglio. Ma il meglio in senso assoluto non esiste. Non può esistere un meglio statico che possa restare tale fino alla fine della nostra vita".
Frase tratta dalla copertina: "Ho imparato ad agire. Se desidero realizzare qualcosa nella mia vita, non basta pensare, sognare, stando con le braccia sulle gambe e lo sguardo nel vuoto".
Una copertina che ha veramente molto da raccontare: sprigiona già un senso di pacatezza in una visione di immenso, una sorta di “confine” tra un punto preciso di noi stessi e lo sguardo rivolto ai benefici della meditazione, in un formato mini che lo colloca veramente nel libro/amico, una sorta di compagno di viaggio. Dalle parole della scrittrice: il libro è ambientato al mare, in un paesino della Liguria che non viene mai nominato per lasciare il senso del paradigma. Il racconto non vuole avere né uno spazio né un tempo definito. Il mare è soggetto come la protagonista nella narrazione, perché le permette di estromettersi dalla pesantezza che a volte riempie la stanza dell’hotel. La sola figura umana che appare a lato in copertina rappresenta un fanciullo: il figlio della protagonista è il perno attorno al quale ruota tutta la narrazione.
Un concentrato di emozioni, un agglomerato di forza interiore di una donna, racchiuse in una settimana di apparente vacanza, ma che sulle prime prende tutte le vesti di una prigionia — dovuta alla scelta del figlio di non uscire dalla stanza d’hotel, e di conseguenza una madre responsabile che non può anteporre i suoi desideri alle vere necessità di un figlio. Una settimana designata in una sequenza di ritmi lenti che portano la donna a scavare nell’anima per rielaborare tutto il vissuto come una lenta moviola, e ponendola davanti a un bivio per queste 168 ore di reclusione in questa camera di hotel, quando in realtà la parola “vacanza” nella mente sprigiona già un gran senso di libertà, di poche restrizioni, di attimi mirati anche a compiere qualcosa di eclatante, indimenticabile.
Così, davanti a questa irremovibile prospettiva, Samy — la protagonista — si pone due domande fondamentali: mi deprimo, commiserandomi e inondandomi di frustrazione, o mi lascio avvolgere dalla scia di luce che già la stessa vista mare mi concede?
Comincia così la settimana in cui Samy procede addentrandosi e percorrendo un viaggio attraverso la propria anima, dapprima scandito da un ritmo lento stile Bolero di Ravel, suonato magistralmente dall’Orchestra del Conservatorio Cantelli di Novara in un “a solo” che poi si moltiplica in suoni e strumenti, aggiungendo struttura in un momento considerato infatti dapprima di prigionia in senso materiale, per poi concederle la libertà interiore. Scandita dalle note che si intensificano passo dopo passo, e di riflesso amplificano tutta la prospettiva, Samy avverte un’esplosione di emozioni, dettata anche dalla visione del paesaggio offerto dal balcone adiacente alla camera con vista mare. Uno sguardo proiettato oltre quello che la vista del cielo può offrirle. Samy si rende conto che saper apprezzare questo scenario cambia la prospettiva di avvilimento, trasformandola in potenza interiore che nessuno scalfisce: consapevolezza di essere capaci di decidere della nostra vita, al di là degli eventi esterni che non ci devono condizionare.
Una storia che non si identifica in una autobiografia, ma può rispecchiarsi nella vita di altre persone, anche solo in parte, nei temi chiave: un matrimonio che delude le aspettative, rivelandosi “sbagliato”, non fondato sulle due metà che creano un unico punto, ma su due entità ben distinte — una di disinteressamento e l’altra, la parte di donna e madre, ingigantita a dismisura, tanto da agglomerare tutto il concentrato di responsabilità e incombenze, donando la propria presenza come unico punto di forza.
Samy, la protagonista, si trova come rinchiusa in una bolla, per varie vicissitudini che hanno minato la sua vita: un figlio nato prematuramente con difficoltà motorie che mette ulteriormente in crisi un matrimonio già precario — perché in realtà non è il problema del figlio a mettere fine a un contesto che non aveva già fondamenta. La salvezza di tutto e tutti è la grande capacità che traspare da questa donna, moglie e madre, di non lasciarsi assolutamente sopraffare dagli eventi che potrebbero spingerla verso un pensiero di autocommiserazione, portandola verso un indotto di infelicità e solitudine, perdendo l’ottimismo e questo senso della vita.
Infatti, anche se per un breve istante, durante un incontro fugace in ascensione con un uomo ospite per le vacanze nello stesso hotel, Samy comprende anche di aver tenuto assopita — per cause maggiori — la parte femminile di donna che alberga in ciascuna di noi. Spesso viene quasi applicata di riflesso a una madre, come la fine di altre emozioni, come un tarpare le ali al bisogno di essere sé stessa. Un bisogno spesso poco compreso dai figli, in quanto sembra che il ruolo di madre diventi un binario a senso unico, con sentimenti rivolti solo verso i figli, annullando spesso l’essenza dell’anima di ciascuna di noi.
Si scatena così un desiderio di riemergere, di riscoprire sé stessa e il suo mondo interiore.
Diversità di Giusy Giannino (originaria di Sant’Arpino, provincia di Caserta, e attualmente residente a Roma):
All’inizio la luce accecava i miei occhi
non riuscivo a distinguere i colori,
le persone, i volti,
coloro che mi stavano vicino…
È strano
ma ora che sono diventata cieca
vedo ciò che non riuscivo
a percepire prima:
me stessa, i pensieri,
i colori, il mondo interiore.
Sento il suono,
ciò che mi circonda e mi completa…
Giusy Giannino
La resilienza che traspare dal personaggio di Samy arriva direttamente dalle parole dell’autrice, rafforzate dal percorso intrapreso da Michela nella frequentazione dei corsi sul pensiero di Louise Hay, ed è facilitatrice del metodo TUAV (Tutta Un’Altra Vita) di L. Giovannini.
Michela afferma che il libro è stato scritto anche per rispondere alla domanda: come si reagisce di fronte a un problema? Quanto conta la potenza interiore che nessuno scalfisce, la consapevolezza di essere capaci di decidere della nostra vita al di là degli eventi esterni che non ci devono condizionare? Una settimana che nel libro poi si identifica come una grande vittoria, seguendo l’intento del pensiero positivo, dei mantra e del lasciar andare la parte rancorosa che aleggia in ognuno di noi. Bisogna ammainare le vele affinché sopraggiunga il vento del perdono, altro dettaglio importante nel tassello del puzzle.
Samy propone al figlio un quesito in merito alla vista di un foglio bianco con un unico puntino nero: l’introspezione giusta non è fossilizzarsi sul puntino — ovvero il problema — ma sul foglio bianco, che rappresenta l’immenso ancora da costruire, creare, vivere.
Direttamente dal libro:
Come si coltiva la felicità?
Non è mica una piantina da innaffiare ed esporre al sole, Willy, dai, non mi prendere in giro…
Ti assicuro Willy che quando avrai coltivato la piantina della felicità dentro il tuo cuore,
sarai sempre capace di dribblare le giornate buie della tua settimana.
Sarai certo che il sole ti attende sempre dietro la nuvola scura.
La prova del nove sarà avvertire quel senso di piacere concreto come una sensazione di dolce in bocca.
Insomma, l’importante non è prendere tutto sul serio, perché — come diceva Charlie Chaplin — “la vita è una tragedia se la guardi da vicino, ma una commedia se la guardi da lontano". Quindi, se impariamo a non farci sommergere dai pensieri negativi, vivremo meglio, godendo di tutta quella luce di cui ci priviamo ogni volta che non crediamo di poter essere felici o di meritarci la felicità.
Una bella lezione di vita, questa riflessione che la madre pone al figlio. E nello stesso istante in cui ciascuno di noi la legge, ecco che il quesito sorge spontaneo: siamo tutti alla grande ricerca della felicità, un inseguimento folle considerando che non è nulla di concreto a cui abbinare. Forse è proprio questo che ci sfugge, perché noi cerchiamo ciò che crediamo ci possa rendere felici, senza comprendere che questa magia è pronta ad avvolgerci solo se noi, di rimando, siamo pronti ad accoglierla.
Quindi, un incipit di buona lettura che ci inondi di una forza interiore carica di autostima e positività. A presto, con un altro libro, personaggi e — forse — un pizzico di magia…
Lorena Giubergia, Cuneo








