GUIDO CHIESA - Continua la litania sull’Asti-Cuneo. L’estenuante storia degli 8 km che mancano al completamento dell’autostrada A33. Che corre il rischio di battere la Salerno-Reggio Calabria nella classifica delle opere incompiute di questa nostra affaticata Repubblica.

Tutti a parlarne, tutti a arrovellarsi sul come risolvere il busillis. Nessuno volendo ammettere che all’origine di tutto il pasticcio sta l’evidente, banale fatto che non serve un’autostrada tra Asti e Cuneo e che sarebbe più che sufficiente un collegamento di minore livello. In altre parole: là dove sarebbe stato necessario un pulmino a 8 posti si è voluto un autobus da 60 persone.

E’ quasi certo che ci fosse la consapevolezza che si stava progettando un’opera sovradimensionata, ma nessuno ha potuto/saputo/voluto opporsi alla spinta di un territorio che, se non avesse avuto la sua bella autostrada, si sarebbe sentito emarginato dal resto del Paese. In un periodo - gli anni ’90 - in cui alla parola “sviluppo” si facevano corrispondere grandi opere, impianti industriali chisenefregaseinquinano, consumi superflui ma indispensabili per tenere in piedi una economia "drogata".

Focalizzato il peccato originale – indiscutibile, come vedremo in seguito - non serve a nulla piangere sul latte versato. Sarebbe tuttavia perlomeno di buon senso smettere di buttare via dell’altro latte per un’opera sbagliata.

I fatti (relativamente) recenti. Il 25 marzo 2016 la società Autostrada Asti-Cuneo S.p.A. (Gruppo Gavio 65%, Anas 35%) presentava una memoria in cui veniva riassunta la situazione delle opere incluse nel contratto in essere tra Concedente ANAS e Concessionario: 6 lotti di opere erano già stati ultimati, mentre era già stato approvato dal Concedente il progetto esecutivo del lotto II.6 Roddi-diga Enel ( i famosi 8 km che mancano). La fine delle operazioni di esproprio relative al lotto da realizzare era prevista per il 31 dicembre 2017, mentre la scadenza della Valutazione di Impatto Ambientale era prevista nel novembre 2016 qualora i lavori delle opere del lotto non fossero iniziati entro il luglio 2016.

In altre parole: se non ci fossero stati ripensamenti, i lavori del lotto mancante sarebbero iniziati circa 3 anni e mezzo fa ed ora, probabilmente, il Governo starebbe preparando la cerimonia per inaugurare l’autostrada A33.

La memoria evidenziava però altri due elementi del Piano Economico Finanziario (PEF) che sono, di fatto, all’origine dello stop ai lavori.

Il primo, relativo ai volumi di traffico. Che risultano del tutto insufficienti per ripagare negli anni, con i pedaggi, il costo delle opere. Infatti: “i dati di traffico rilevati nel 2014 sulla tratta in esercizio dell’autostrada Asti-Cuneo compresa tra l’A6 Torino – Savona e Cuneo con quelli previsti, evidenziano che il traffico medio giornaliero è di circa 4.500 veicoli a fronte dei 24.600 veicoli previsti nel PEF di gara, mentre sulla tratta incompleta compresa tra l’A21 Torino–Piacenza e l’A6 Torino–Savona è di circa 8.000 veicoli a fronte dei 26.300 veicoli previsti nel PEF di gara.”

Il secondo ostacolo sta nel costo dei lavori. Il consuntivo delle opere già realizzate presentava infatti una spesa di circa 182 milioni di Euro maggiore della spesa prevista nel PEF di gara, mentre il preventivo del lotto ancora da realizzare presentava un incremento di 411,6 milioni di Euro, sempre rispetto a quanto previsto nel PEF.

In altre parole: se nei 3 anni a seguire il Governo avesse stanziato i 593 milioni necessari per far fronte ai maggiori oneri (di cui 182 già spesi), ossia circa 200 milioni/anno, oggi i cuneesi starebbero per festeggiare la conclusione di una vicenda iniziata negli anni ‘90 dello juppismo.

Le vicende successive riguardano tutte le modalità con cui i governi che si sono succeduti hanno tentato di far fronte al problema delle risorse mancanti (in altre parole, a chi far pagare il conto di un’opera sbagliata). Nessuno si è lontanamente preoccupato di mitigare l’impatto dell’errore iniziale.

Ma tutto questo sarà l’argomento della prossima puntata.

Guido Chiesa

(1-continua)