CUNEO CRONACA - "L’avete mai sentita la frase: “A Natale siamo tutti più buoni”?
Personalmente ho trovato la sintesi di questa frase in un libro che mi ha donato la mia carissima amica Chiara Serra, ovvero:
Il BOSCO BUONANOTTE – Voci Erranti Laboratorio progetto Liberandia
SCRITTURAPURA è frutto di una scrittura collettiva da parte di un gruppo di detenuti di Alta Sicurezza del carcere di Saluzzo, all’interno del laboratorio di scrittura del progetto Liberandia, promosso dall’Associazione Voci Erranti Onlus. Lo scopo finale del progetto era scrivere e pubblicare un libro per bambini. Dopo circa tre mesi di laboratorio e incontri, il gruppo, composto da tredici autori, ha prodotto questa storia.
“Ogni volta che ci incontravamo, ognuno dei nostri papà trattenuti nel gelido bosco di cemento ha regalato al gruppo momenti memorabili, mostrando creatività, volontà, sincerità e soprattutto tanta generosità emotiva.”
— Yosuke Taki
Voci Erranti Onlus nasce nell’anno 2000 da un laboratorio teatrale con gli ospiti dell’ex manicomio di Racconigi e, nell’ottobre 2002, approda nel carcere di Saluzzo. Da allora, l’Associazione gestisce le attività formative del Teatro per i detenuti dell’Istituto e produce uno spettacolo nuovo all’anno, rappresentato anche per il pubblico esterno. Il progetto, attualmente, conta più di mille spettatori che entrano in carcere, repliche in trasferta per partecipare a stagioni e festival teatrali nazionali, e la presenza di duemila studenti e docenti che aderiscono all’iniziativa Educare alla Legalità.
Voci Erranti Onlus è un esempio di come l’arte teatrale possa essere uno strumento che facilita la riabilitazione e il reinserimento sociale della persona e un’occasione per un cambiamento culturale della società. Nel 2018 riceve il premio della critica ANTC – Teatro delle Diversità – Roma.
Tratto dall’introduzione:
Così è iniziato il viaggio, dentro le mura della Casa di Reclusione di Saluzzo, con tredici papà, detenuti nella sezione di Alta Sicurezza, tutti con figli che vivono lontani e che vedono poche volte all’anno. Un viaggio impegnativo perché emotivamente intenso, ma alleggerito dalla creatività con cui abbiamo giocato. Insieme abbiamo scritto, disegnato, ascoltato e condiviso paure e desideri per il futuro. Ad ogni appuntamento nasceva un nuovo racconto, le pagine bianche si riempivano di parole autentiche da tempo non pronunciate. Nomi. Luoghi. E poi tanti silenzi.
Il BOSCO BUONANOTTE è il frutto di questo bel viaggio, lavoro collettivo di un gruppo che si è messo in gioco con una disarmante sincerità.
— Grazia Isoardi, coordinatrice Progetto Liberandia
Stefano Delmastro, editore, scrive:
“Se in un bosco si disperdessero delle voci erranti. Se delle maschere divenissero parte della quotidianità di ognuno di noi. Se un gruppo di lavoro vivesse un’esperienza insieme a un altro gruppo di lavoro e questo andasse oltre le barriere, le scavalcasse alla ricerca di nuovi confini. Se questa fiaba servisse a far capire che non sono solo una persona cattiva.”
Certe volte, poche per la verità, pubblicare un libro è già una storia di per sé. Il Bosco Buonanotte ne racconta tante e una sola.
Simona Vinci cita nelle prime pagine anche l’autrice francese Marguerite Duras in merito alla frase:
“Quando ho paura del bosco, ho paura di me…”
E Dante Alighieri:
“Nel bel mezzo di una selva oscura ché la dritta via era smarrita.”
Il bosco nero ci ha fatto paura, ma abbiamo dovuto per forza affrontarlo. E abbiamo scoperto che quel bosco nascondeva anche tesori. Proprio come nelle fiabe: porte segrete, alberi miracolosi, piccole case accoglienti e aiutanti magici. Non è un caso che non si smetta mai di ricorrere a questa metafora per parlare di vita, morte e rinascita. E così sarà anche nel Bosco Buonanotte, dove si perde la maschera, ma si ritrova il tesoro.
Altre considerazioni molto apprezzate spiccano in calce da: Yosuke Taki (scrittore), Cinzia Sannelli (educatrice Casa di Reclusione di Saluzzo), Marco Pansa (studente tirocinante), Francesca Reinero (illustratrice), Francesca Vallarino Gancia (psicoterapeuta Fondazione Mamre), Monica Prato (psicoterapeuta Fondazione Mamre), Marco Pollarolo (antropologo Fondazione Mamre).
Alcune parti tratte dalle pagine del libro:
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“Mai aveva sentito la loro mancanza così forte, sarà colpa della maschera che nasconde i sentimenti o dei mezzicuori ceduti come pagamenti? E ricordando i nomi dei suoi piccoli bambini le lacrime scendono come due ruscellini.”
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“Subito ricorda i suoi bambini e come un fulmine improvviso sente un dolore così forte nel petto, proprio nel punto dove gli manca il mezzo cuore.”
Ed è proprio sulla frase “nel punto dove gli manca il mezzo cuore” che vorrei soffermarmi, per dimostrare che, a prescindere da tutto quello che abbiamo compiuto, dai gesti incresciosi che hanno dato un risvolto completamente diverso da quello che sicuramente ci eravamo prefissati, tutto l’agglomerato di pene che ci siamo inflitti – e di rimando, come uno specchio, incidono su tutta la cerchia familiare – questo vuoto dettato dalla distanza, imposto da regole restrittive, crea un allontanamento fisico di parole e gesti, mettendo però in evidenza che i sentimenti superano ogni barriera, che l’amore non ha confini e sbarre metalliche che lo trattengano, e soprattutto che un padre resta tale, con le sue ansie e paure in merito ai propri figli: il pezzo di cuore.
E credo, perché parto sempre dal presupposto che ci si illuda di pensare che si possa capire o percepire a pelle e nell’animo lo strazio di veder crescere un figlio/una figlia lontano dagli occhi, ma non dal cuore, perdersi non solo gli anni che passano e pongono davanti ad ogni genitore questo mutamento, vedendoli metamorfosare da infanti a giovani adulti pronti a spiccare il volo verso un futuro che può concederti sì di continuare a vivere, ma con un pezzo di cuore in meno, destreggiandosi tra le mura di un carcere cercando di comporre i tasselli del puzzle della vita dei propri figli, e qui entrambi i ruoli sono defraudati dagli affetti.
Vi consiglio di soffermarvi nella lettura relativa a: PENSIERI IN LIBERTÀ – GRUPPO LIBERANDIA
Questo passaggio, personalmente, lo ritengo un agglomerato di sentimenti intriso di profonda delicatezza, un desiderio di ricucire un cuore. Leggendo i contenuti, percepisco più una “rottura” dettata dalla distanza obbligatoria, ma non dal filo dell’affetto che li unisce: una presenza distante ma pronta a inviare messaggi profondi e delicati.
Alcuni pensieri:
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“Liberandia è stato un bel viaggio dell’anima, dove ho potuto anche volare.” – Mario
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“Ho rivissuto alcuni momenti del passato quando ero in famiglia e coccolavo la mia figlia per farla addormentare. Ricordi dolcissimi che mi danno ossigeno per poter continuare a sperare.” – Nicolò
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“Ognuno ha portato qualcosa in questo gruppo e, da una parola all’altra, si è formata una vera squadra di persone che si sono confrontate e unite per partorire qualcosa di bello e unico. Una storia per bambini. Una storia per i nostri figli.” – Gianluca
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“Ho capito che si può essere un buon padre anche se a distanza e che si può essere sempre presenti. Una persona può migliorare imparando dagli errori fatti.” – Giuseppe
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“Mi sono immerso in questa bellissima esperienza che racconterò con orgoglio ai miei figli, ai miei nipotini e anche ai loro amichetti. È una storia che rispecchia alcuni passaggi della nostra vita e ci fa riflettere.” – Luigi
Ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere, e il contenuto non messo in evidenza non è perché risultasse meno incisivo; questo è semplicemente un assaggio di cosa può trasmettere un libro che narra attraverso la trama: coscienza degli errori, volontà di redimersi, condivisione di pensiero attraverso questa iniziativa coinvolgente, mirata, studiata da persone capaci di dare un senso, in modo così eclatante, a momenti che forse sarebbero persi, bui, improduttivi. Mostra come le pareti di cemento di un carcere di massima sicurezza possano trasmettere ai detenuti la sensazione di attraversare questo BOSCO BUONANOTTE per intraprendere un’introspezione dell’anima, una trama intrisa di speranza con esperienze vere, sottolineate in calce da tutti i partecipanti al progetto.
Personalmente ritengo di aver percepito più unione tra padri e figli/e in questa distanza resa obbligatoria dalla detenzione che nella quotidianità di tanti padri egoisticamente assenti nella vita di tutti i giorni, con alcuni che arretrano già solo alla notizia di una gravidanza in corso. Ovviamente esiste anche la categoria di padri che, avendo la possibilità di seguire il percorso di vita dei propri figli, colgono questa opportunità come un dono. Un figlio/a è un regalo prezioso, è il pezzo di cuore che completa la parte, e io auguro veramente a tutti questi padri detenuti di non avere più una cicatrice che urla dolore per lo squarcio nel cuore, ma una nuova muta speranza di guarigione, perché l’amore non ha confini…".
Buona lettura,
Lorena Giubergia








