GUIDO OLIVERO - Tante sono le emozioni che stiamo sperimentando in questo periodo. Una in particolar modo ci ha toccati tutti e continua a farlo, è la paura. La paura può essere definita una sorta di "virtù debole" che accompagna da sempre gli uomini e le donne. In certi momenti, la paura può anche avere una sorta di valore che frena dal commettere azioni imprudenti, ma in questo periodo per tutti noi è stata ed è una brutta sensazione che in un certo qual modo ci ha condizionati, ci ha isolati e ci ha fatto vivere non bene. In questo periodo di pandemia caratterizzato dal doveroso distanziamento, questa "virtù debole" si è espansa ed è diventata quasi una protagonista del nostro vivere. Ora però si deve ripartire e quindi è giunto il momento delle "virtù forti", che sono il coraggio, la tenacia e la generosità.

Ad onor del vero, la generosità in questo tormentato periodo si è espressa nei migliori modi in larghi strati della nostra collettività, ed in particolar modo nel mondo della sanità, coinvolgendo l’alto e il basso di questa grande e, abbiamo anche capito, non perfetta organizzazione. Avendo quindi perso in questo periodo il controllo del nostro futuro, dovremo ritrovarlo e ridefinirlo rapidamente. In questa fase, fatta soprattutto di analisi e di poche e confuse proposte, abbiamo veramente bisogno di una leadership autorevole capace di tirarci fuori dai mulinelli torbidi in cui siamo piombati ed in grado di tracciare percorsi virtuosi di medio-lungo periodo. Due temi centrali oggi pieni di dissonanze che si dovranno affrontare per poter ricontrollare il nostro futuro sono e saranno quello della sanità e quello del lavoro.

In queste prime riflessioni, per mia minor difficoltà di approccio mi soffermo su quello del lavoro. Lavoro inteso in ogni dimensione e in ogni ambito che involontariamente ha subito una frenata robusta. Ogni comparto del paese, escluse le attività essenziali, si è fermato. Le umane risorse hanno dimostrato in questo frangente una maturità straordinaria. Per umane risorse intendo tutte le persone in alto ed in basso che fanno parte delle organizzazioni produttive e di servizio. Non solo si è visto un gran coinvolgimento solidale a distanza, ma si è notata una voglia di percorrere sin da subito nuove strade tecnologiche prima insperate, nonostante la disorganizzazione addestrativa e tecnologica di alcuni settori e per tutti cito la scuola.

Detto ciò, abbiamo anche capito concretamente che l’uomo non è il padrone assoluto del mondo e che questo è il dominatore imperfetto delle nostre vite sotto tutti i profili. Compreso sino in fondo ciò, è chiaro che il futuro non sarà più come il passato e serviranno idee e modelli diversi per risollevarci. Un ruolo fondamentale continuerà ad averlo la scuola che, dinnanzi alla pandemia, si è incriccata non poco. Una classe docente lasciata sola, dinnanzi ad indicazioni ministeriali altalenanti e incerte, e per certi aspetti anche impreparata e che nonostante tutto si è impegnata seriamente recuperando in solitudine nell’arco di poche settimane carenze organizzative accumulate negli anni.

Gli studenti, come sempre, divisi tra più fortunati che hanno tutto e quindi hanno potuto permettersi i lussi tecnologici e invece i non pochi che non avendo tali fortune in automatico sono stati marginalizzati senza possibiltà alcuna di connessioni virtuali. A ciò si è aggiunta anche la debolezza delle infrastrutture informatiche e in particolar modo nelle aree definite, da una nota azienda di telecomunicazioni italiana, a "fallimento di mercato", cioè quelle montane.

Tornando agli sforzi delle umane risorse per la ripartenza, servirà più che mai una classe dirigente che abbia visione e metta al centro la tecnologia e continui i suoi impegni negli investimenti per la sicurezza dei lavoratori. Per fare ciò non servirà più una classe gerente, bensi una classe veramente dirigente che sappia riorientare con pazienza e mitezza tutti i lavoratori valorizzando e umanizzando le nuove modalità relazionali all’interno di organizzazioni sempre più intese come comunità allargate di pratiche lavorative. Anche le organizzazioni sindacali dovranno dimostrare la loro maturità e uscire dai vecchi schemi ideologici che li hanno relegati a ruoli ontologicamente lontani dai temi veri del lavoro.

La formazione dovrà più di prima essere continua e finalizzata a garantire competenze tecnologiche funzionali all’interno di organizzazioni con confini sempre più labili per non dire sgretolati. L’autentica ricomposizione organizzativa dovrà partire dal basso che in questo periodo ha dimostrato tanta forza e coraggio per rimettersi dentro con calda e non agitata passione. Infine i nuovi modelli d’impresa dovranno essere sempre più "bisessuali" e dove le donne, da sempre considerate vestali della speranza, dovranno avere i giusti meriti. Infine le nuove definizioni, i nuovi protocolli non dovranno dimenticare l’etica e la sostenibilità che in questo mondo oramai rotto ed in via di ricomposizione saranno le pietre angolari del futuro. Tutto questo grande e non procrastinabile sforzo per risollevarci avrà però bisogno di tanto ossigeno che le sovrastrutture europee e nazionali dovranno garantire rapidamente senza gli annosi e perniciosi intoppi burocratici.

Guido Olivero, professore incaricato di organizzazione del lavoro